sabato 9 luglio 2016

Catacombe dei Cappuccini di Palermo

Il convento dei Cappuccini a Palermo, nel quartiere Cuba, è annesso alla chiesa di Santa Maria della Pace. Chiesa e convento risalgono al XVI secolo, benché edificati su strutture precedenti.
Nel sotterraneo si trovano le famose catacombe dei Cappuccini, così chiamate ma in realtà cimitero e non catacomba, cioè luogo culto e riunione paleocristiana.
Il Convento è conosciuto in tutto il mondo per la presenza nei suoi sotterranei di un vasto cimitero, che attira la curiosità di numerosi turisti, fin dai secoli scorsi tappa obbligata del Grand Tour . Lo spettacolo macabro degli innumerevoli cadaveri esposti è spunto di riflessione sulla caducità della vita, sulle vanità terrene e sull'inutilità dell'attaccamento degli uomini alle loro fattezze esteriori. Le gallerie furono scavate alla fine del '500 e formano un ampio cimitero di forma rettangolare. Non sono mai state inventariate le salme ivi presenti, ma si è calcolato che debbano raggiungere la cifra di circa 8.000.


Le mummie, in piedi o coricate, vestite di tutto punto, sono divise per sesso e categoria sociale, anche se la maggior parte di esse appartengono ai ceti alti, poiché il processo di imbalsamazione era costoso. Nei vari settori si riconoscono: prelati; commercianti e borghesi nei loro vestiti "della domenica"; ufficiali dell'esercito in uniforme di gala; giovani donne vergini, decedute prima di potersi maritare, vestite con il loro abito da sposa; gruppi familiari disposti in piedi su alte mensole, delimitate da sottili ringhiere simili a balconate; bambini; ecc.

Numerose salme appartengono comunque a frati dell'ordine dei Cappuccini stessi: il primo a essere stato inumato all'interno delle catacombe fu infatti frate Silvestro da Gubbio il 16 ottobre del 1599. La sua salma è la prima sulla sinistra subito dopo l'ingresso.

Il metodo di imbalsamazione prevedeva prima di tutto di far "scolare" la salma per circa un anno, dopo averle tolti gli organi interni. Quindi il corpo, più o meno rinsecchito, veniva lavato con aceto, riempito di paglia, e rivestito con i suoi abiti. Altri metodi, utilizzati specialmente in periodi di epidemie, prevedevano un bagno di arsenico o di acqua di calce.


Entrando a sinistra, in fondo al primo corridoio, sulla destra, vi sono imponenti monumenti sepolcrali, fra cui il più grande è quello di Giuseppe Grimau (morto nel 1755).
Quando a metà '800 le disposizioni sanitarie vietarono le sepolture nelle chiese e nei sotterranei, fu eretto a fianco della chiesa il Cimitero dei Cappuccini.
Tra le salme delle Catacombe dei Cappuccini è particolarmente nota quella di Rosalia Lombardo, visibile nella Cappella di Santa Rosalia in fondo al primo corridoio, sulla sinistra. Nata a Palermo il 13 dicembre 1918 e ivi morta di polmonite il 6 dicembre 1920, la bambina è stata una delle ultime persone a essere ammesse alla sepoltura nella cripta. L'imbalsamazione, fortemente voluta dal padre affranto, fu curata dal professor Alfredo Salafia, lo stesso che imbalsamò Francesco Crispi.


Come si è scoperto solo nel 2009 grazie a studi compiuti sugli appunti di Salafia, per l'operazione fu utilizzata una miscela composta da formalina, per uccidere i batteri, alcool, che unito alle condizioni micro-climatiche del luogo avrebbe contribuito alla mummificazione, glicerina, per impedire l'eccessivo inaridimento, acido salicilico, che avrebbe impedito la crescita dei funghi, e sali di zinco, che conferiscono rigidità. La bambina appare intatta (seppur solo per il volto e non per il resto del corpo) tanto da destare l'impressione che stia dormendo, e da meritare il soprannome di Bella addormentata.


Nonostante il processo di mummificazione sia uno dei migliori, se non il migliore, il corpo presenta piccoli segni di decomposizione. È stato quindi necessario collocare la storica bara all'interno di una teca ermetica di acciaio e vetro, satura di azoto, che impedisce la crescita di microrganismi, tenuta alla temperatura costante di 20 °C e con umidità del 65%.
Casualmente, grazie a delle telecamere installate nella stanza dove si trova la mummia-bambina, gli addetti ai lavori hanno notato che Rosalia apre e chiude gli occhi una volta al giorno. La gente si divide sul fenomeno: chi grida al miracolo, chi vedere segni di santità nella bambina ecc.

Per la scienza il fenomeno è quasi inspiegabile, o meglio: forse a causa delle variazioni di umidità della stanza in cui si trova la mummia, il risultato è questo movimento delle palpebre. Sembra essere certo, invece, che lo scorrere del tempo e le variazioni climatiche a cui è stato sottoposto il cadavere nei decenni hanno reso i capelli e le ciglia della bambina bionde, mentre nel passato e dal confronto con le foto dell’epoca, Rosalia aveva i capelli più scuri.

Che si tratti di un fenomeno scientifico poco frequente, o che sia un vero e proprio caso paranormale, o che si tratti di una trovata pubblicitaria per dare visibilità alle Catacombe palermitane, è difficile da stabilire…di sicuro sorprende l’ottimo stato di conservazione di Rosalia a distanza di 94 anni dalla morte, prova tangibile, suo malgrado, del successo delle tecniche di mummificazione di questo  dott. Salafia di cui sarebbe interessante analizzarne la personalità.

lunedì 4 luglio 2016

La Cripta dei Cappuccini …



Nostra Signora della Concezione dei Cappuccini, è una chiesa di Roma situata al nr. 27 di via Veneto, fatta costruire nei pressi di Palazzo Barberini da papa Urbano VIII, in onore di suo fratello Antonio Barberini che faceva parte dell'ordine dei Cappuccini, la cui tomba è tuttora conservata all'interno della chiesa di fronte all'altare maggiore.

Importanti pitture ne adornano le cappelle, come l'Arcangelo Michele che caccia Lucifero di Guido Reni, la Natività di Giovanni Lanfranco, il San Francesco riceve le stimmate, del Domenichino, la Trasfigurazione di Mario Balassi. Nella sagrestia è conservato un San Francesco in preghiera, recentemente attribuito a Caravaggio. La volta venne affrescata nel 1796 dal pittore neoclassico Liborio Coccetti, con il tema dell'assunzione della Vergine Maria.

 Ma l'attrattiva principale della chiesa è sicuramente la cripta-ossario decorata con le ossa di circa 4000 frati cappuccini, raccolti tra il 1528 ed il 1870 dal vecchio cimitero dell'ordine dei Cappuccini, che si trovava nella chiesa di Santa Croce e Bonaventura dei Lucchesi, nei pressi del Quirinale. La cripta è divisa in cinque piccole cappelle dove si trovano anche alcuni corpi interi di alcuni frati mummificati con indosso le vesti tipiche dei frati Cappuccini.
All'ingresso della cripta sta scritto su una targa:

« Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete. »



La scelta di decorare la cripta con le ossa, che potrebbe apparire lugubre e macabra, è in realtà un modo di esorcizzare la morte e di sottolineare come il corpo non sia che un contenitore dell'anima, e in quanto tale una volta che essa l'ha abbandonato il contenitore si può riutilizzare in altro modo.

martedì 28 giugno 2016

SAN BERNARDINO ALLE OSSA...storia e leggende

In pieno centro a Milano, sconosciuta a molti, possiamo trovare uno dei luoghi più affascinanti (ed anche inquietanti) che la città conservi. In piazza Santo Stefano, nella chiesa più piccola della due presenti, sulla sinistra, possiamo infatti trovare San Bernardino alle Ossa.

Nel 1145 fu costruito un Ospedale davanti alla Basilica di Santo Stefano ed un piccolo cimitero che ben presto si rivelò insufficiente.
Nel 1210 venne costruita una piccola cappella per raccogliere le ossa esumate dal cimitero e successivamente, nel 1268 una piccola Chiesa.
Nel 1642 il campanile della Basilica crollò sull'Ossario e sulla chiesetta; l'Ossario e la Chiesetta furono ricostruiti.
Nel 1750 la Chiesetta fu ampliata per costruire l'attuale Chiesa di San Bernardino.

Ovunque i resti di antichi scheletri si incaricano di ricordarvi la fugacità della vita.

Naturalmente su questo luogo sono nate leggende e curiosità………

Una delle leggende vuole che, proprio nel giorno dei Morti, i resti della bambina conservati alla sinistra dell’altare tornino a vivere e si trascinino dietro tutti gli altri scheletri in una specie di danza macabra. Si dice anche non sia necessario entrare per vederla: i rumori si sentirebbero anche fuori dalle mura della cappella in zona Verziere.

Si dice che nel campanile di Santo Stefano, la grande chiesa di fianco alla cappella-ossario, sia stato murato vivo un monaco il cui fantasma continuerebbe a risiedere all’interno di esso...


venerdì 24 giugno 2016

Il teschio forato dei Martiri di Otranto


Il teschio forato fa parte,  dei circa 600 resti umani (altri sono conservati a Napoli) su un totale di circa 800, che durante il sacco della città del 1480 per mano dei Turchi, vennero decapitati perché non vollero rinnegare la fede cristiana. Gli Ottocento sono stati riconosciuti Martiri della fede, venendo beatificati nel 1771 e poi canonizzati da Papa Francesco a Roma il 12 maggio 2013.
Il teschio, che si trova nell’armadio centrale dell’omonima cappella dei Martiri, nella navata laterale della Basilica Cattedrale di Otranto, attirava curiosi sia per i sedici fori circolari sia per la sua particolare collocazione: mentre, infatti, gli altri teschi sono posizionati con la parte frontale al vetro, quest’ultimo è girato dalla parte del cranio.
Uno studio, pubblicato su una rivista scientifica americana (Journal of Ethnopharmacology) è stato compiuto attraverso l’uso di macchinari ad alta precisione e rilievi fotografici dall’equipe, poiché il cranio non poteva essere rimosso dall’interno della grande teca. I ricercatori hanno notato come i buchi avessero tutti una forma regolare, tondeggiante: otto sono risultati perforazioni complete, che hanno coinvolto l’osso in tutta il suo spessore e producendo un buco a forma conica e tonda.

In realtà di “mistero” non si tratta ma di una curiosità storico-scientifica, a cui ha dato una risposta lo studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Pisa, guidati dal professore ordinario di medicina e paleopatologia Gino Fornaciari. Secondo l’analisi dell’equipe, alla base della particolare foratura e della trapanazione multipla del cranio in questione ci sarebbe il prelievo di polvere ossea dal teschio per uso a scopo terapeutico.

Era computata, infatti, secondo diverse fonti, questa usanza come rimedio utilizzato in medicina fino al XVIII secolo, quando venne definitivamente superato dalle nuove scoperte: nello specifico, dal cranio veniva prelevato questa polvere, utilizzata come ingrediente per un infuso utile a curare o guarire malattie come l’epilessia, l’ictus o paralisi.

mercoledì 22 giugno 2016

I teschi dei Martiri di Otranto


Il 13 agosto di ogni anno, Otranto ricorda con una grande e suggestiva celebrazione i suoi Eroi Martiri del 1480.

Il grande significato di tale celebrazione è da ricercare nella storia, facendo esattamente un salto indietro nel tempo alla prima metà del 1400, quando Maometto II, uomo abile e crudele, iniziò un progetto volto alla realizzazione di un grande Impero Ottomano.

Per il raggiungimento di tale scopo era necessario conquistare nuovi territori e tra le mire espansionistiche di Maometto II finì anche la provincia di Otranto, contro la quale furono adunate gruppi di militari lungo la costa albanese.

Nella città salentina i regnanti iniziarono a nutrire alcuni presentimenti circa l’imminente minaccia turca e fu chiesto aiuto al Re Ferrante, il quale rispose di non dubitare del popolo turco. Per sincerarsi inoltre di tali buone intenzioni, il re fece inviare ad Otranto come protezione, cinquanta cavalieri capeggiati dal Barone Francesco Zurlo e quattrocento fanti, guidati dai Baroni Giovanni Tarantino e Antonio Delli Falconi.

Un dispiegamento di forze del tutto irrisorio per la popolazione locale, composta da circa 6.000 anime e formata essenzialmente da pescatori, agricoltori e piccoli commercianti.

Come tristemente previsto, il 27 luglio del 1480 l’Impero Ottomano approdò con alcune delle proprie imbarcazioni nei pressi di Roca e l’esercito otrantino uscì dalla città per affrontare i Turchi nei pressi dei Laghi Alimini, distanti circa 35 km da Lecce.

La posizione scelta fu strategica, poiché l’esercito ottomano, non conoscendo la zona e non sapendo come muoversi, fu presto costretto a ritirarsi sulle proprie imbarcazioni dopo una perdita considerevole di uomini.

La popolazione situata al di fuori delle mura venne messa al sicuro all’interno della città murata e furono inviate due lettere di aiuto da parte della provincia di Otranto, una al Re Ferrante ed una all’arcivescovo Francesco De Arenis, che purtroppo non servirono a nulla.

Gli otrantini furono abbandonati a loro stessi e l’esercito turco iniziò ad attaccare la città con una serie di cannonate, avvalendosi di 16.000 fanti, diverse armi da fuoco e 50 imbarcazioni tra galee e galeotte. La popolazione riuscì a resistere per 14 giorni e l’11 agosto del 1480 i turchi riuscirono ad entrare nella città, incontrando una forte resistenza da parte dei cittadini.


La popolazione infatti, armata degli attrezzi del proprio mestiere e forte di una solida fede religiosa, si consegnò nelle mani del nemico affermando di voler morire in onore della fede di Cristo e dopo un’ultima battaglia davanti alla Cattedrale di Otranto, i Turchi riuscirono a travolgere anche l’ultimo barlume di resistenza, facendo irruzione nel cuore civile e religioso della popolazione.

All’interno della cattedrale si consumò una delle carneficine più terribili, che andò a colpire mortalmente anche l’arcivescovo Stefano, il clero e molti civili che avevano trovato qui rifugio. I Turchi riuscirono ad impadronirsi della città: tutti i maschi di età superiore ai 15 anni furono uccisi, mentre le donne e i bambini ridotti in schiavitù.

Come testimonianza del disprezzo dell’Impero Ottomano nei confronti della religione cristiana, la cattedrale venne trasformata in stalla per cavalli e il giorno seguente avvenne la più grande delle tragedie. Circa 800 sopravvissuti all’eccidio  dopo essersi rifiutati di ripudiare la propria religione, furono condotti sul colle della Minerva e decapitati su una pietra.


Gli unici a scampare la morte furono i De Marco, i Memmo e altre poche famiglie, che nel settembre dell’anno successivo poterono assistere alla liberazione di Otranto per mano di Alfonso D’Aragona.

Da questa triste pagina di storia sono stati poi riconosciuti ufficialmente i Martiri della Chiesa, i cui resti si trovano in sette grandi teche in legno nella Cappella dei Martiri ricavata nell’abside all’interno della Cattedrale di Otranto. Mentre altri resti sono custoditi nel Duomo di Napoli.


Tra questi resti, fu trovato un teschio forato in più punti 16 per l'esattezza...nel prossimo post parleremo proprio di questo misterioso teschio....

lunedì 20 giugno 2016

I misteriosi teschi allungati di Paracas

I “teschi di Paracas” sono stati trovati a Paracas, una penisola sul mare nella provincia di Pisco, nella regione di Ica a sud di Lima, presso la costa meridionale del Perù.
Gli abitanti di Paracas vivevano sulla costa e probabilmente erano discendenti di una popolazione giunta via mare. Era un popolo dedito alla pesca, infatti, sono stati trovati cumuli di conchiglie di mare e una rete sepolta nella sabbia e anche alcuni strumenti di pietra datati a circa 8.000 anni fa.
La scoperta risale al 1928, ad opera dell’archeologo peruviano Julio Tello, che nella zona di Paracas scoprì i resti di un villaggio sotterraneo, che si estendeva per uno o due chilometri, e che all’epoca era già pieno di sabbia. Scoprì anche un enorme cimitero anch’esso sotterraneo. Nel 2011, una troupe televisiva andò a filmare il luogo, ma il cimitero e il villaggio erano pieni di sabbia trasportata dal vento dell’oceano. I luoghi di sepoltura non sono infatti visitabili.

Le tombe contenevano famiglie intere, i cui resti erano avvolti da vari strati di stoffa colorata e decorata. Purtroppo le tombe erano già state saccheggiate dagli huaqueros (scavatori clandestini) in cerca di manufatti d’oro e d’argento, vasellame e dei famosi tessuti Paracas. Di teschi ne furono rinvenuti ben 90, databili a 3.000 anni fa. E probabilmente ve ne sono ancora altri in collezioni private, nei magazzini dei Musei, oppure ancora sepolti in zona. I teschi di Paracas sono, tra l’altro, i “teschi allungati” più grandi al mondo. Essi sono chiamati “Paracas skulls”.

Teschi allungati simili a questi non sono stati trovati unicamente a Paracas, ma anche tra gli Olmechi in Messico, a Malta nell’isola Malese di Vanuatu, in Egitto, Iraq, Africa, Russia ,Siria, Perù, Bolivia etc. Nella maggior parte dei casi si tratta, però, di una deformazione indotta sui crani dei bambini attraverso fasce o assi di legno. Questa pratica è andata avanti fino al ventesimo secolo in Congo e nell’isola di Vanuatu.
Si tratta di una deformazione intenzionale fatta sui bambini, il cui cranio alla nascita è duttile e può essere deformato applicando fasce o piccole assi di legno sul retro del cranio, ben strette e per un lungo periodo, di solito dai primi mesi di vita fino ai 3 anni. La deformazione cranica fu dunque una tecnica utilizzata in passato in varie parti del mondo, ma può soltanto deformare il cranio, non può alterarne né il volume né il peso.
I teschi allungati rinvenuti a Paracas, sono invece ben diversi, non sono stati deformati, sono naturalmente allungati ed hanno caratteristiche diverse da quelli tradizionali. In essi sono inoltre presenti due piccoli fori naturali nella parte posteriore del cranio, che servirebbero per il passaggio di nervi e vasi sanguigni, (come i fori presenti nelle mascelle umane). In più il volume di questi teschi è fino al 25% maggiore dei teschi umani e pesano il 60% in più. E tutto ciò non si può ottenere con una deformazione tramite assi di legno legati sul capo e bende strette. I teschi di Paracas presentano, inoltre, un solo unico osso parietale, invece che le due ossa parietali di forma rettangolare, che formano la parte laterale e superiore della volta cranica nei teschi “tradizionali”.

Questi teschi sono quindi stati un mistero per lungo tempo. Juan Navarro, direttore del Museo di storia a Paracas, museo che ne ospita 15 di questi teschi, ha permesso il prelievo di 10 campioni da 5 crani. I campioni erano: un dente, capelli e relative radici, pelle, un osso del cranio. I prelievi sono stati documentati con video e foto e vennero inviati a Lloyd Pye, fondatore del “Progetto Starchild”, per essere affidati ad un genetista in Texas, per il test del DNA. L’autore Brien Foerster ha svelato i risultati preliminari delle analisi e in merito ha scritto che questi teschi presentano DNA mitocondriale con mutazioni sconosciute in qualsiasi essere umano, primate o animale, conosciuto fino a ora.



I campioni indicano che le mutazioni abbiano a che fare con una nuova creatura umana, molto distante dall’Homo sapiens, dal Neanderthal e dall’Homo di Denisova. Brien Foerster afferma di non essere sicuro che questi esseri possano appartenere al nostro stesso albero evolutivo, in quanto gli individui di Paracas erano biologicamente così diversi, che non avrebbero potuto nemmeno incrociarsi con gli esseri umani. I risultati completi delle analisi non sono, tuttavia, ancora stati rilasciati e il mistero è ancora aperto.

venerdì 17 giugno 2016

teschi allungati (Dolicocefalia)

La dolicocefalia è la caratteristica morfologica rappresentata da un indice cefalico inferiore a 75-76 tale che il cranio appare allungato.

L'aggettivo "dolicocefalo" fu introdotto dall'anatomista svedese Anders Retzius (1796-1860) a partire dai vocaboli greci kephalé = testa, cranio e dolichos = allungato.

La dolicocefalia si riferisce anche a una deformazione del cranio indotta.
Nelle antiche civiltà come quella azteca, maya e quella egizia era diffusa la pratica di allungare i crani dei neonati con l'ausilio, inizialmente, di fasciature dette "rituali", in seguito di vere e proprie assi di legno che modificavano con la crescita le normali saldature delle ossa del cranio rendendolo appunto allungato.
Si crede che tale usanza avesse il fine di aumentare le capacità cerebrali del soggetto. Tuttavia la modifica delle ossa non è in grado di indurre alcun aumento della capacità volumetrica. D'altronde non è stata provata alcuna relazione tra la massa cerebrale e l'intelligenza.
È da mettere in evidenza la somiglianza che i crani dolicocefali hanno con alcune statuine votive presumeriche. Questo potrebbe spiegare la deformazione dei crani come la volontà di un avvicinamento anche somatico con la divinità.



La dolicocefalia può essere però classificata anche come anomalia genetica (malformazione umana di Smith), che potrebbe partire da un processo detto craniosinostosi, comportante la fusione prematura di una o più suture craniche.

Tutto questo per anticipare il prossimo post..

I misteriosi teschi allungati di Paracas